• Perché sono diventata assistente virtuale. Il mio 8 marzo.

    Assistenza Virtuale, Work-life balance • 18 Mar 2019

    È passata da pochi giorni la festa dell’8 marzo ed è forse il primo anno in cui ci ho fatto davvero attenzione. Sarà anche “colpa” del molto tempo che trascorro online per il mio lavoro, e delle varie notizie che arrivano dal mondo politico in questo periodo.

    Ascoltavo qualche giorno fa un’intervista ad un politico sconosciuto, in cui lui, uomo, spiegava a noi, donne, che dovremmo essere felici di poter stare a casa a fare le mamme, che il segreto per aumentare il tasso di natalità del nostro paese è aumentare lo stipendio agli uomini in modo che le mogli possano stare a casa a curare i figli. Ecco, non entro nel merito di questa affermazione (allucinante), ma mi ha fatto ripensare al mio percorso e ve ne voglio parlare.

    Sono felicemente mamma di un bambino di 3 anni, non potrei pensare la mia vita senza di lui. Allo stesso tempo di certo non mi sento definita come donna dal solo fatto di essere mamma.
    Prima dell’arrivo di Pietro ho studiato, viaggiato, vissuto all’estero. Avevo un lavoro da impiegata commerciale, le classiche 8 ore al giorno, lavoro che apprezzavo per certi aspetti e che mi stava stretto per altri…un po’ come succede spesso immagino.

    Dopo il suo arrivo volevo trovare il modo di occuparmi di lui qualcosa in più che due ore alla sera, il part-time dall’azienda non era contemplato (e comunque la sede di lavoro sarebbe stata troppo lontana) così mi sono licenziata. Senza, all’epoca, idee chiare di cosa avrei fatto, ma intanto ero a casa. Un bel salto nel buio non c’è che dire.
    Bene, per un anno ho fatto la mamma/casalinga a tempo pieno: credevo di impazzire.
    Sia chiaro che questo non è un giudizio verso chi lo fa, dico solo che io, personalmente, mi sentivo annientata dalla limitazione a quel ruolo e quindi se mi dicono “Stai a casa a goderti il figlio!” la risposta che mi viene spontanea è “Ma stacci te!!”.

    Scoprire il mondo dell’assistenza virtuale è stato scoprire uno sfogo per la professionalità costruita in anni di studio e lavoro, per la creatività digitale, per la voglia di imparare cosa nuove, per il desiderio di costruire, finalmente, qualcosa di mio. Non mi serviva un’azienda disposta ad assumere una neomamma, potevo essere io a costruire la mia professione, sulla base di quello che amo fare, dei ritmi di cui sono disposta a farmi carico. Potevo tornare ad avere il mio ruolo al di fuori dell’ambiente familiare, sentirmi utile professionalmente facendo cose che mi piacciono. Potevo essere mamma, professionista, e sentirmi realizzata in entrambe le vesti.

    Quindi lancio il mio piccolo messaggio al mondo: il punto non è chiudere le donne in casa perché sfornino più figli e se li godano (!!). Rendete possibile per una donna curare i figli rimanendo professionalmente attiva e soddisfatta, è così che si ottengono mamme e donne felici.

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